Nemesi di Philip Roth

Quasi fosse una discesa nel proprio sottosuolo, Philip Roth racconta la giovinezza a Newark: il vigore dei vent’anni e l’immediata disillusione arrivata con la guerra e la malattia.

Lo fa come sempre senza compiangere né se stesso né gli altri, anzi facendo emergere con forza tutte le contraddizioni dell’epoca e i suoi violenti tumulti.

QUARTA DI COPERTINA
Al centro di “Nemesi” c’è un animatore di campo giochi vigoroso e solerte, Bucky Cantor, lanciatore di giavellotto e sollevatore di pesi ventitreenne che si dedica anima e corpo ai suoi ragazzi e vive con frustrazione l’esclusione dal teatro bellico a fianco dei suoi contemporanei a causa di un difetto della vista. Ponendo l’accento sui dilemmi che dilaniano Cantor e sulla realtà quotidiana cui l’animatore deve far fronte quando nell’estate del 1944 la polio comincia a falcidiare anche il suo campo giochi, Roth ci guida fra le più piccole sfaccettature di ogni emozione che una simile pestilenza può far scaturire: paura, panico, rabbia, confusione, sofferenza e dolore. Spostandosi fra le strade torride e maleodoranti di una Newark sotto assedio e l’immacolato campo estivo per ragazzi di Indian Hill, sulle vette delle Pocono Mountains – la cui “fresca aria montana era monda d’ogni sostanza inquinante” -, “Nemesi” mette in scena un uomo di polso e sani principi che, armato delle migliori intenzioni, combatte la sua guerra privata contro l’epidemia. Roth è di una tenera esattezza nel delineare ogni passaggio della discesa di Cantor verso la catastrofe, e non è meno esatto nel descrivere la condizione infantile.

L’AUTORE
Philip Milton Roth (Newark, 19 marzo 1933 – New York, 22 maggio 2018) è stato uno scrittore statunitense.

È stato uno dei più noti e premiati scrittori statunitensi della sua generazione, considerato non solo tra i più importanti romanzieri ebrei di lingua inglese – una tradizione che comprende Saul Bellow, Henry Roth, E. L. Doctorow, Bernard Malamud e Paul Auster – ma anche, secondo il critico Harold Bloom, il maggiore narratore statunitense dopo Faulkner.

È conosciuto in particolare per il racconto lungo “Goodbye, Columbus”, poi unito ad altri 5 più brevi in volume (premiato con il National Book Award), ma è diventato famoso con “Lamento di Portnoy”, da alcuni considerato scandaloso. Da allora si è ritagliato un posto di grande interesse e attesa in occasione dell’uscita di ogni titolo, forte di una produzione ampia e costante e grazie allo scontro tra estimatori e detrattori che lo accusano di utilizzare un linguaggio troppo aperto e scurrile. È stato proposto più volte per il Premio Nobel, che non ha mai ottenuto, pur essendo stato premiato con altri riconoscimenti.

I suoi romanzi tendono a essere autobiografici, con la creazione di alter ego (il più famoso dei quali è “Nathan Zuckerman”, che appare in diverse opere), con personaggi che portano il suo vero nome e persino usando personaggi che si chiamano “Philip Roth”, ma non sono lui (come in “Operazione Shylock”). Oltre alla vena autobiografica, i suoi ritratti famigliari e di quartiere diventano fortemente esemplari dell’umanità della zona (la periferia a ovest di New York e soprattutto Newark) e dell’epoca, tanto da contribuire a dipingere un’identità personale e collettiva.

Il 10 novembre 2012, all’età di 79 anni, Roth ha annunciato pubblicamente in un’intervista alla rivista francese Les Inrockuptibles il suo addio alla letteratura, usando questa metafora: «Alla fine della sua vita il pugile Joe Louis disse: “Ho fatto del mio meglio con i mezzi a mia disposizione”. È esattamente quello che direi oggi del mio lavoro. Ho deciso che ho chiuso con la narrativa. Non voglio leggerla, non voglio scriverla, e non voglio nemmeno parlarne». Poche ore dopo, la notizia è stata confermata dal suo editore Houghton Mifflin.
L’autore ha anche precisato di aver dato istruzioni ai suoi parenti di distruggere il proprio archivio personale quando sarà morto, archivio che potrebbe contenere anche alcuni inediti. Contestualmente, ha abbandonato il proprio appartamento nell’Upper West Side di New York e si è definitivamente trasferito nella fattoria di sua proprietà nel Connecticut, dove nel marzo del 2013 ha rilasciato una lunga intervista alla rete televisiva pubblica PBS per la serie American Masters.

Muore a New York il 22 maggio 2018, a 85 anni, a causa di un’insufficienza cardiaca.

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CARRIERA LETTERARIA
L’esordio narrativo è avvenuto con Addio, Columbus e cinque racconti: sei racconti in cui Roth sfodera subito uno stile ironico, coltissimo, imbevuto di suggestioni culturali cui è stato e sarà sempre soggetto: la psicanalisi, il laicismo di matrice ebraica, la satira del contemporaneo. Segue il romanzo Lasciarsi andare, dove affronta i problemi della coppia Paul e Libby con le loro famiglie d’origine, essendo lui ebreo e lei cristiana, insieme con il racconto di Gabe Wallach, personaggio che dice io nel romanzo, innamorato più volte, ma legato a Martha, più grande di lui e divorziata, e con l’oscillamento tra quel che la gente si aspetta e quel che si sente necessario fare che stridono. Il suo secondo romanzo (e terzo libro) è Quando lei era buona, che ruota attorno al personaggio di Lucy Nelson, donna molto bella, però dai più considerata instabile.

Il capolavoro venne sfoderato da Roth al quarto titolo: Lamento di Portnoy, che è al tempo stesso una tragedia e una commedia personale, recitata da Alexander Portnoy, un paziente ossessivamente monologante sul lettino, in preda a una inestricabile nevrosi a sfondo maniacalmente sessuale. Nonostante le accuse di scurrilità (centrate soprattutto sull’aver reso esplicita l’attività di masturbazione del protagonista), e in parte grazie a quelle, il libro fu un successo di vendite.

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Imprevisto e roboantemente epico è l’ultimo sviluppo della narrativa di Roth: con Pastorale americana (1997), un romanzo definito dal “New Yorker” “epocale”, con Ho sposato un comunista (1998), dove Roth passa dall’allegoria alla cronaca letteraria della storia dell’intera nazione americana, e con La macchia umana (2000), considerati una “trilogia”. Il primo racconta di Seymour Levov detto “Swede”, bello, atletico, ricco, sposo di una ex-miss New Jersey, e tuttavia padre di una figlia ribelle che per protestare la guerra in Vietnam si è data alla clandestinità. La “vita perfetta” si sgretola. Tutto questo viene raccontato dal fratello Jerry a una riunione di ex-allievi di una scuola, cui partecipa anche Nathan Zuckerman. Al libro è stato assegnato il premio Pulitzer. Il secondo libro della trilogia racconta di Ira Ringold detto “Rinn”, la sua ascesa da scaricatore di porto a attore di successo e la sua caduta a causa della “caccia alle streghe” di Hollywood lanciata dal senatore Joseph McCarthy. I rapporti con la moglie Eve Frame e con la figlia, gelosa di lei, e tutte le ipocrisie a cui sottostare fanno del romanzo un ritratto dell’epoca del maccartismo. Il terzo romanzo racconta di Coleman Silk, professore di studi classici accusato ingiustamente di razzismo e costretto a dimettersi. Dopo la morte della moglie Iris (legata allo scandalo), Silk si mette con Faunia Farley, bidella della facoltà assai più giovane di lui. Ma la vera trama ha a che vedere con il fatto che il professore è sempre stato considerato da tutti ebreo bianco mentre è più probabilmente per metà creolo. Il tema centrale, che sta dietro a tutti e tre i romanzi, è dunque nuovamente la finzione e l’ipocrisia cui ci costringono le convenzioni sociali.

In Il complotto contro l’America (2004), la voce narrante è Roth stesso, ma molto più giovane di quando scrive il romanzo. Racconta dell’antisemitismo americano degli anni quaranta, ipotizzando che alla presidenza degli Stati Uniti sia giunto il celebre aviatore, antisemita e filo-nazista, Charles Lindbergh. Il successivo Everyman (2006) è una riflessione sull’invecchiare e sull’ammalarsi e sul morire del protagonista (senza nome) partendo dalla fine e ricostruendo la sua infanzia con il fratello nel negozio del padre, i suoi tre matrimoni, i tre figli e i vari adulteri. Con questo romanzo, Roth diventa l’unico scrittore ad aver preso tre volte il Premio PEN/Faulkner per la narrativa.

Nel settembre 2007 Roth pubblica Il fantasma esce di scena, romanzo dai tratti autobiografici che narra dell’uscita di scena del suo alter ego Nathan Zuckerman, scrittore di successo che esce dal suo esilio rurale per tornare in una New York reduce dall’attacco alle Twin Towers. L’incontro con una giovane donna gli fa rinascere il desiderio che però non può soddisfare, mentre gli incontri con vecchie amicizie devastate dalla malattia e dalla vecchiaia lo riportano brutalmente alla propria condizione in uscita.

Più recenti sono L’umiliazione (2009) e Nemesi (2010). Anche questi due romanzi, come Everyman e Indignation, hanno a che fare con qualcosa che resta irrisolto, che torna e ci sorprende alle spalle dal passato, mentre cerchiamo di restare in equilibrio sul tempo che passa, sulla vita che sembra assumere e perdere senso a cavallo tra fatti e finzioni.

Oltre alla narrativa, Roth ha scritto anche alcuni saggi, raccolti in Reading Myself and Others (1975) e in Shop Talk (2001). Si è occupato di Milan Kundera, Jiří Weil, Isaac Bashevis Singer, Edna O’Brien, Bernard Malamud, Primo Levi, Aharon Appelfeld, Philip Guston, Ivan Klíma, Mary McCarthy, Franz Kafka e Saul Bellow.

Roth è il terzo scrittore statunitense che ha ricevuto l’onore di vedere pubblicata in vita la sua opera completa dalla Library of America.

Nel 2011 ha vinto il Man Booker International Prize e nel 2012 il Premio Principe delle Asturie.

PREMI (alcuni)
1960 National Book Award per Goodbye, Columbus
1998 Premio Pulitzer per la narrativa per American Pastoral
1998 National Medal of Arts dalla Casa Bianca
2001 Premio Franz Kafka
2011 Man Booker International Prize
2012 Premio Principe delle Asturie
2013 Legion d’onore della Repubblica francese

FILM TRATTI DALLE SUE OPERE
La ragazza di Tony, regia di Larry Peerce (Goodbye, Columbus, 1969)
Se non faccio quello non mi diverto, regia di Ernest Lehman (Portnoy’s Complaint, 1972)
La macchia umana, regia di Robert Benton (The Human Stain, 2003)
Lezioni d’amore, regia di Isabel Coixet (Elegy, 2008)
The Humbling, regia di Barry Levinson (2014)
Indignazione (Indignation), regia di James Schamus (2016)
American Pastoral, regia di Ewan McGregor (2016)

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