Capitolo II – Klaus Josef Rush

 

Cobb e Valentine si stesero sui lettini disposti al centro della stanza. Alcuni scienziati collegarono degli elettrodi alle loro teste per monitorarli durante il sonno.

«È proprio sicuro che possa funzionare? Secondo me è solo una perdita di tempo» borbottò Cobb.

«Stia tranquillo, agente, l’ipnosi è una cosa sicura, non le farò fare nulla che lei non desideri fare» spiegò il Dottor Smith.

Cobb non ne era troppo convinto, mentre Valentine sembrava a suo agio e lui si fidava ciecamente della sua fidanzatina.

Il dottore ordinò di spegnere le luci, accese i monitor posti dietro ai due agenti e iniziò a parlare: «Ripassiamo il piano, agenti. Ora vi ipnotizzerò e vi chiederò di addormentarvi. Una volta entrati nel mondo dei sogni, sarete sempre vigili e potrete parlare con me; mi descriverete quello che state vedendo e sentendo. Vi dirò cosa dire e fare, e quando incontrerete l’uomo vestito di verde, gli chiederete le coordinate del manufatto. Gli elettrodi invieranno i segnali del vostro cervello a quel computer e, se tutto funzionerà come gli scienziati sostengono, anche noi riusciremo a vedere quello che vedrete voi. Siete pronti?». Dal tono di voce sembrava perplesso, almeno quanto loro.

Cobb annuì lentamente; Valentine sorrise, chiuse gli occhi e chiese: «Se, quando saremo lì, si mettesse male, come ci tirerà fuori, dottore? Almeno mi lasci portare un’arma».

Il dottore scoppiò a ridere: «È solo un sogno, agente Valentine, ma se la farà sentire meglio, può portarsi tutte le armi che vuole. Dopo tutto, il sogno è suo». Si fece serio e continuò: «Iniziamo. Ora vi dirò alcune parole che vi indurranno in ipnosi: rilassatevi e lasciatevi trasportare dalla mia voce».

Rush era nella stanza con loro, osservava in silenzio e, dentro di sé, sperava di aver trovato il modo di ottenere le risposte a tutte quelle domande che gli riempivano la mente da troppi mesi.

Passarono più di quattro ore senza risultati. I due agenti non riuscivano a dormire a comando e, soprattutto, Valentine iniziò a diventare irascibile. Smith, con la massima calma, ripeté l’esperimento più volte, senza abbattersi, ma nacque presto anche in lui il sospetto che tutta quella storia fosse un’enorme stupidaggine.

«Dormire a comando, dormire ed essere svegli, ma davvero dopo cinque anni al M.I.T. questo è il meglio a cui sia riuscito a pensare?» si chiese tra sé e sé.

Come era accaduto nella notte precedente, i due agenti all’improvviso precipitarono nel solito incubo tetro e desolato. Tutto avvenne così repentinamente che il dottore rimase di sasso per alcuni, interminabili, secondi, poi la voce tonante di Rush lo fece uscire dal torpore, così iniziò subito a impartire ordini ai due sonnambuli. Ancora una volta, si ripetè lo scenario degli ultimi mesi: la terra era una distesa desolata con pochissimi sopravvissuti, mentre gli scagnozzi di Roobbler ovunque. Poi, nuovamente, lo squarcio temporale.

L’uomo con la tuta verde fece capolino dalla fenditura e iniziò a parlare.

«Fatevi dare le coordinate precise del manufatto, la forma, il colore. Fatevi dare maggiori dettagli!» ordinò il dottore ai due agenti.

Nel sogno comune, la voce del dottore tuonò dal cielo, sovrastando la voce dell’uomo vestito di verde.

Cobb e Valentine si guardarono e chiesero: «Dove possiamo trovare il manufatto? Dacci le coordinate, non riusciamo a trovarlo».

Le loro parole non sortirono alcun effetto: l’uomo continuò nei suoi discorsi senza senso; non riuscivano a distinguere una parola dall’altra. Ogni tanto distinguevano qualcosa, ma era difficile attribuirgli un significato. A un tratto, però, avvenne l’impensabile: l’uomo estrasse dalla tasca dei pantaloni un dispositivo molto simile a un medaglione, lo scagliò verso di loro e, appena, questo ebbe toccato terra, proiettò verso l’alto un fascio di luce che prese forma in una mappa del globo terrestre con un puntino luminoso giallo a indicare un punto preciso della terra. Rush non riusciva a credere alle proprie orecchie; i due agenti ipnotizzati non avevano ancora finito di dare le coordinate che lui era già corso via verso la sala comando per comunicarle a Stiff e Cloak, nella speranza che trovassero il tesoro tanto agognato.

Mentre guardava il puntino sulla mappa, Valentine fece qualche passo verso la frattura spazio-tempo per vedere meglio il loro interlocutore. Era a pochi metri dalla fenditura quando, ancora una volta, un braccio muscoloso, coperto da una tuta aderente blu, afferrò la testa dell’uomo vestito di verde. Valentine corse verso di loro e vide qualcosa che la sconvolse: per una frazione di secondo, attraverso lo squarcio, riconobbe l’uomo al quale apparteneva quel braccio muscoloso. Anche lui sembrò vederla e riconoscerla: «Tu morirai molto presto!» esclamò l’uomo.

Valentine si svegliò immediatamente, era fuori di sé. Saltò giù dal lettino e si scagliò contro il dottore, sembrava impazzita: mise fuori combattimento una ventina di agenti prima che riuscissero a bloccarla.

 

* * *

 

«Stiff, queste sono le coordinate. Inutile dirti l’urgenza nel prelevare e riportare immediatamente alla base qualunque cosa troviate» disse Rush.

«Generale! Generale! Generale!» urlò un agente, appena entrato nella sala di comando.

Rush interruppe la comunicazione con Stiff per prestare la massima attenzione a questa nuova urgenza. L’agente, ancora sconvolto, raccontò l’accaduto e il generale tornò immediatamente da Cobb e Valentine per capire cosa fosse realmente successo.

La donna era distesa sul pavimento, stordita. Aveva ancora gli elettrodi di tre taser attaccati al corpo. Cobb, invece, stava finendo di massacrare degli agenti che avevano osato difendersi dalla furia omicida di Valentine. Rush strappò un taser dalle mani di una delle guardie, prese la mira e mise fuori combattimento anche Cobb.

«Che diavolo è successo, qui dentro, in questi pochi minuti?» si chiese il generale.

«Dottore, ora può venire fuori» disse Rush, guardandolo con aria disgustata. «Lei è proprio un eroe, vero?» gli chiese con tono sarcastico.

 

Quando i due agenti ripresero conoscenza, erano legati a una sedia dietro alle sbarre di una cella, dove quattro cyborg facevano la guardia con le armi spianate. Valentine scoppiò in una risata sarcastica. I cyborg, una fusione uomo-macchina, erano alti due metri e mezzo e possedevano una grande forza. Erano dotati di un’armatura che forniva loro diversi accessori, difensivi e offensivi. Anche se potevano decidere le proprie azioni, erano programmati per obbedire agli ordini e per non fare mai del male agli esseri umani: la parte robotica impediva alla parte umana di fare tutte quelle cose che avrebbero finito per nuocere alla vita di un essere vivente.

«Valentine, cosa ti è preso? Sei impazzita, per caso? E tu, Cobb? Vi siete bevuti il cervello?!» sbottò Rush, entrando nella stanza che ospitava le celle di sicurezza.

I due non dissero nulla, anche perché nemmeno Cobb aveva ben capito cosa fosse realmente successo a Valentine.

«Cos’hai visto attraverso la fenditura?» chiese Cobb, girandosi verso la fidanzata.

«Ho visto a chi appartiene il braccio. Ho visto chi prende per la testa il nostro uomo in verde. L’ho visto, Rush!». Sembrava sconvolta.

«Chi è?» chiese il generale, perplesso.

«È Roobbler! Mi ha vista, verrà ad ucciderci, non siamo al sicuro qui, dobbiamo andarcene subito! Rush, tu lo sapevi… Lo hai sempre saputo! Che tu sia maledetto! Liberaci! Lasciaci scappare! Siamo tutti morti che camminano!». La donna imprecò con maestria.

Cobb comprese le paure di Valentine: se Roobbler interrompeva ogni volta il loro incubo, era chiaro che sapesse cosa stessero cercando, magari lo aveva già distrutto e preparato una trappola.

«Rush, presto! Avverti Stiff dell’imboscata!» gridò Cobb.

«Troppo tardi: ho già inviato loro le coordinate più di un’ora fa» commentò a bassa voce il generale. Terminata la frase, corse verso la sala di controllo.

 

«Signore, abbiamo perso il contatto con Stiff e Cloak» disse uno dei tecnici a Rush, appena questi entrò nella stanza.

«Dannazione!» urlò Rush di rimando. «Provate a contattarli nuovamente e continuate fin quando non vi risponderanno».

«Signorsì, signore» rispose l’addetto alle comunicazioni.

Rush si avvicinò a uno degli agenti seduti davanti ai monitor di controllo: «Presto, contatta Rick… Contattali tutti… Rientro immediato alla base».

Il generale uscì dalla stanza imbestialito e svanì nel corridoio.

 

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Capitolo III – I Defender

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