La leggenda della morte di Paul McCartney (The Beatles)

La notte del 9 novembre 1966 Paul McCartney uscì dalla sala prove dopo un violento litigio con gli altri tre Beatles. Salì sulla sua auto per tornare a casa e lungo una strada raccolse una ragazza che faceva l’autostop. La ragazza si chiamava Rita e gli raccontò che stava scappando di casa perché era incinta e, contro il parere del suo ragazzo, aveva deciso di abortire. Solo lungo una stradina di campagna Rita comprese che la persona al volante era Paul dei Beatles; la sua reazione esagitata spaventò e distrasse McCartney, che non vide che il semaforo diventava rosso. L’auto si schiantò contro un camion e Paul, sbalzato fuori dall’abitacolo, rimase decapitato nello schianto. Ricevuta la notizia, gli altri tre Beatles dovettero decidere che cosa fare. Il loro manager Brian Epstein e John Lennon insistettero per adottare la linea del silenzio: avrebbero seppellito Paul senza far sapere niente a nessuno, per non sconvolgere il mondo o il futuro del gruppo che, nel 1966, era all’apice del suo successo. Si misero quindi alla ricerca di un sosia. Dopo settimane di ricerche, scelsero William Stuart Campbell, un attore di origini scozzesi che assomigliava a Paul e che acconsentì a sottoporsi ad alcuni interventi di chirurgia plastica per rendere ancor più netta la somiglianza.

Da quel momento, i Beatles non si esibirono più dal vivo, sia perché Campbell era più alto di Paul, sia perché occorreva del tempo per insegnargli a imitare i movimenti e la voce di Paul.

La leggenda secondo i suoi sostenitori troverebbe conferme in presunti messaggi in codice nascosti nel corso degli anni dagli stessi Beatles nelle loro opere.

Nel 2009, due periti italiani, l’informatico Francesco Gavazzeni e il medico legale Gabriella Carlesi, basandosi su avanzate tecniche medico-legali, hanno svolto un approfondito studio di antropometria e di craniometria su immagini di Paul McCartney, scattate prima e dopo la data del presunto incidente in cui l’artista avrebbe trovato la morte, allo scopo di confrontarne le caratteristiche biometriche e decidere così se si trattasse o meno della stessa persona. Sorprendentemente, lo studio ha portato a concludere che resta aperta la probabilità che non si tratti della stessa persona, in quanto il confronto dei dati biometrici (analisi della forma del cranio e della mascella, della curva mandibolare, dei padiglioni auricolari, del palato e della dentatura) indica che si potrebbe trattare di due differenti individui, sia pur in apparenza molto somiglianti. Ulteriori analisi sono state effettuate nel 2013 dal perito antropometrico e biometrico Daniele Gullà, rivelando come sia le foto delle parti “immutabili” dei volti originali e del presunto sosia sia le registrazioni audio della voce non presentino alcun elemento in comune.

A fine 2010, i giornali hanno dato la notizia che l’Aston Martin DB5 “Saloon” effettivamente appartenuta a Paul McCartney nel 1966, e alla guida della quale, secondo i sostenitori del PID, avrebbe avuto il fatale incidente automobilistico, è stata rintracciata ed è in fase di restauro presso un’officina di Corsico nell’hinterland milanese, dietro ordine del nuovo proprietario. Sull’auto sono stati rinvenuti segni di un passato incidente che risalirebbero proprio al fatidico 1966. I segni dell’urto non sembrano comunque essere così evidenti da aver potuto causare la morte o il ferimento grave del guidatore al momento dello scontro.

Nel prossimo post vi parlerò di come Elvys Presley riuscì ad uccidere J. F. Kennedy.

andreabindella.com

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Leggenda_della_morte_di_Paul_McCartney

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